Tullio Carere Comes

 

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La logica della relazione psicoterapeutica

 

Articolo pubblicato su Psicoterapia e Scienze Umane , 2002, XXXVI, 3: 83-99)

 

 

 
Sommario

Friedman ha osservato che "Freud non ha inventato una forma di trattamento: l'ha scoperta". Questo significa che la psicoanalisi  è un "fenomeno robusto", dotato di una logica interna o di una struttura essenziale. Di questa struttura Friedman descrive due elementi: la "caccia alla verità oggettiva" e l'"atteggiamento oppositivo". L'Autore parte da questa base per ampliarla in due direzioni. In primo luogo afferma che la struttura essenziale indicata da Friedman non appartiene solo alla psicoterapia psicoanalitica, ma è condivisa da ogni psicoterapia genuina, cioè da ogni trattamento che non separa l'obiettivo tattico della risoluzione del sintomo da quello strategico della formazione personale. In secondo luogo l'Autore colloca i due fattori di Friedman sui due assi ortogonali – quello orizzontale della riparazione e quello verticale della scoperta – che definiscono il campo della psicoterapia. Su questi assi, che congiungono ciascuno due posizioni terapeutiche cardinali, i fattori di Friedman sono raddoppiati a quattro, cioè due coppie di fattori polarmente opposti. Questa duplicazione, che trasforma la logica lineare di Friedman in una logica dialettica, è ritenuta necessaria per superare l'unilateralità della prima. Nell'approccio dialettico la verità non è semplicemente cacciata o conquistata, è anche accolta o generata; e alle resistenze si risponde certamente con una modalità oppositiva, ma anche con una rassicurante e convalidante. E' necessario trovare un equilibrio momento per momento tra il cacciare e l'accogliere, come tra il lottare e il rassicurare, in funzione delle esigenze del processo.

1.

Freud non ha inventato una forma di trattamento: l'ha scoperta. Se così non fosse, osserva Friedman (1997), la terapia non avrebbe senso:

Se il mio assunto di partenza è sbagliato, cioè se il trattamento non è altro che l'applicazione a un certo paziente di una teoria analitica qualsiasi che stia passando per la testa di un certo terapeuta in un certo momento, allora tutto il mio metodo perde di senso (p. 34).

La terapia analitica non è, non può essere, qualcosa che deriva semplicemente dall'applicazione di una teoria qualsiasi (cosa che la renderebbe irrimediabilmente arbitraria), ma qualcosa che accade, e quindi è osservabile, nella situazione di trattamento: è un fenomeno robusto. Ciò equivale a dire che il trattamento ha una sua logica interna, che determina la struttura osservabile. Si può partire da dove si vuole, anche dall'ipnosi, come ha fatto Freud. Ma se ci si lascia guidare dalla logica del processo, invece che dal desiderio di ottenere qualcosa (ricordi rimossi, catarsi, o qualsiasi altra cosa), si approda a una struttura essenziale della relazione, cioè a un insieme di proprietà che ogni relazione genuinamente terapeutica deve presentare. Di questa struttura Friedman evidenzia due punti: la "caccia alla verità oggettiva" e l'"atteggiamento oppositivo".

Si può discutere se gli elementi base del processo siano proprio quelli ipotizzati da Friedman, o solo quelli. Si può rilevare una contraddizione tra la disponibilità a lasciarsi guidare dalla logica del processo e la decisione di prendere in esame, nella determinazione dei suoi componenti, solo "l'analisi freudiana angloamericana". Si può obiettare che ogni terapia, in quanto prodotto culturale, è anche e ovviamente una costruzione che dipende da certe premesse e da una determinata visione del mondo. Ma tutto questo non intacca la sostanza dell'osservazione di Friedman, perché se non esistesse un nucleo essenziale, o una struttura invariante alla base di ogni relazione psicoterapeutica o psicoanalitica autentica, cioè non fondata su suggestione o manipolazione, ogni discorso sulla psicoanalisi o la psicoterapia cadrebbe nell'insignificanza per mancanza di referente reale, e le teorie psicoanalitiche/psicoterapeutiche sarebbero di fatto indistinguibili dalla miriade di culti che si contendono il mercato della cura delle anime.

Abbastanza spesso nei tentativi di definire questo nucleo o questa struttura essenziale viene impiegato il termine "psicoanalisi" per indicare la terapia autentica, e quello di "psicoterapia" come contenitore generico per tutte le pratiche puramente sintomatiche, suggestive o manipolative, distinzione che riecheggia quella freudiana ben nota tra l'oro della psicoanalisi e il rame della suggestione. La medesima distinzione terminologica è applicata anche al tentativo di separare la "psicoanalisi" come ricerca della verità o via di liberazione personale dalla "psicoterapia" intesa come una professione tecnico-scientifica simile alla pratica medica. In entrambi i casi la distinzione sembra impropria. Infatti è ben vero che esistono pratiche sintomatiche, suggestive o manipolative, e "terapie brevi" di ogni sorta, ma in tutti quesi casi sembra più giusto parlare di "cattiva" psicoterapia. Infatti anche all'interno del paradigma medico una terapia che si proponga solo di eliminare il sintomo è solo una terapia sintomatica, mentre una buona terapia medica agisce per quanto è possibile sulla causa della malattia. Inoltre l'affermazione che la psicoanalisi è in grado, a differenza della psicoterapia, di produrre una trasformazione radicale, e non solo una guarigione sintomatica, non è mai stata dimostrata e rimane ancora oggi una pura petizione di principio, come osserva Benvenuto (1999). Si può essere d'accordo con Contardi (1999) quando dice, a proposito della psicoanalisi, che "la terapia non avviene senza formazione soggettiva, e questa procede producendo effetti terapeutici": salvo che questo si può dire per ogni buona psicoterapia, e non per la sola psicoanalisi, se è vero che non può essere detta buona una psicoterapia che scinde l'obiettivo tattico della risoluzione del sintomo dall'obiettivo strategico della formazione o crescita personale.

L'articolazione tra obiettivi tattici e strategici, d'altra parte, non può seguire uno schema fisso. A volte sono in primo piano gli uni, altre volte gli altri. Un lavoro centrato sul sintomo può portare a un'importante trasformazione personale, come un lavoro sulle dinamiche profonde può portare alla risoluzione di un sintomo. Ma è tanto più probabile che questo avvenga quanto più l'altro polo del lavoro, anche se implicito, è tenuto presente. Viceversa accade molto spesso che i trattamenti a orientamento prevalentemente tattico (le "psicoterapie") trascurino la strategia e quelli a orientamento prevalentemente strategico (le "psicoanalisi") trascurino la tattica, cioè il trattamento del sintomo con tecniche appropriate. Entrambi rendono un cattivo servizio al paziente, quando la salvaguardia dell'identità del terapeuta (psicoterapeuta o psicoanalista di questa o quella scuola) è privilegiata rispetto all'attenzione ai bisogni del paziente. Quando invece prevale questa, lo psicoanalista si trasforma in psicoterapeuta (con molte frecce cognitivo-comportamentali-esperienziali al suo arco), e lo psicoterapeuta si trasforma in psicoanalista (in quanto esercita un monitoraggio continuo sull'esperienza della relazione da entrambe le parti – o, se si preferisce, analizza il transfert e il controtransfert). Con la conseguenza che la distinzione tra le due figure perde la gran parte, se non la totalità, del suo senso.

Di conseguenza, le parole "psicoanalisi" e "psicoterapia" possono essere usate come sinonimi, nella maggior parte dei casi. Invece che inseguire incerte e improbabili distinzioni, conviene dedicarsi al compito di definire ciò che è essenziale o strutturale in ogni relazione terapeutica autentica, comunque si preferisca chiamarla. A questo scopo i due punti indicati da Friedman sembrano un buon punto di partenza. Questa è dunque la prima delle due posizioni cardinali di Friedman:

L'analista poteva così portare avanti con fermezza il suo compito senza dover supplicare il paziente e senza doverlo manipolare, dato che la risposta ultima del paziente era comunque garantita, teoricamente, da una terza presenza: la verità oggettiva, la verità non distorta dai preconcetti dell'analista e del paziente e dal loro pensiero pregiudiziale (p. 40, corsivo mio).

E' definita così la posizione base non solo della psicoanalisi, ma di ogni terapia relazionale, dal momento che l'incapacità di, o l'indisponibilità a neutralizzare i propri preconcetti personali o di scuola caratterizza le pratiche di manipolazione o indottrinamento ed esclude alla radice che ciò che ne risulta possa essere detto autenticamente terapeutico, per quanto fornitore e destinatario possano ritenerlo soddisfacente. 

Se sulla sospensione di preconcetti e pregiudizi come atto inaugurale di ogni vera terapia è impossibile non essere d'accordo, sull'attributo oggettiva per il sostantivo verità è lecito avanzare più d'una riserva. Benvenuto (1997), per esempio, ha osservato:

la critica ermeneutica ci ha ricordato qualcosa di molto amaro per noi moderni... che è impossibile sapere qualcosa senza interpretare, è impossibile essere definitivamente 'oggettivi'.

Ognuno interpreta a partire dai propri miti personali o di scuola. La crisi dell'interpretazione freudiana (non più rivelatrice di una verità oggettiva, ma un mito tra i tanti) è peraltro salutare, "nella misura in cui umilia una tendenza cronica di molta psicoanalisi all'onnipotenza interpretativa". Tuttavia, dire che ogni atto conoscitivo è irrimediabilmente intriso di interpretazioni equivale ad ammettere che non riusciamo mai a sospendere del tutto i miti (i pregiudizi, i preconcetti) a partire dai quali interpretiamo. Questa constatazione può condurre a esiti di relativismo o costruttivismo radicale, in cui ognuno è chiuso nel proprio mito (o nella propria teoria) e può comunicare solo con chi condivide le stesse premesse. Da questo orizzonte la verità sparisce, essendo la "funzionalità" l'unico vincolo rimasto a fare argine al caos.

Una volta abbandonata l'illusione che l'interpretazione riveli fatti oggettivi, che cosa ci può salvare dal nichilismo cui già Nietzsche era approdato ("non esistono fatti, ma solo interpretazioni")? Come prendere le distanze dalle vecchie certezze ingenue o dogmatiche senza cadere nell'estremo opposto dei vari costruzionismi postmoderni: come salvarsi, in altre parole, dall'alternativa secca tra scientismo e scetticismo? Se in questo dilemma siamo caduti identificando la realtà con l'oggettività, la via d'uscita non si troverà che separando queste due nozioni, e restituendo alla realtà lo spessore ontologico o noumenico che con l'oggettivazione viene perduto.

Reale è solo ciò che è: il referente ontologico, di per sé inconoscibile, di ogni operazione conoscitiva (Agazzi, 1994). Ogni conoscenza (K) è trasformazione della cosa in sé (O), come ha visto Bion (1970). L'atto conoscitivo trasforma la cosa, e noi possiamo conoscere il prodotto di questa trasformazione, non la cosa stessa. Ma dato che la trasformazione può agire tanto in senso veridico quanto in senso falsificante, con quale criterio la valuteremo?  Potremo applicare innanzitutto il classico criterio di conformità (adequatio rei et intellectus): una conoscenza è tanto più valida o vera quanto più è adeguata al referente ontologico. Criterio che naturalmente è diventato inapplicabile nell'orizzonte costruttivista, con la scomparsa del referente. Con il recupero di questo – obbligato se vogliamo uscire dal dilemma scientismo/scetticismo – recuperiamo anche il criterio di conformità, ma la sua applicazione richiede il chiarimento di alcune premesse.

Per cominciare, se la critica ermeneutica ci ha ricordato che è impossibile essere definitivamente oggettivi, dovremo rinunciare all'oggettività non problematica e definitiva dello scientismo, e non sarà una gran perdita, ma non per questo saremo autorizzati a negare qualsiasi spazio e valore all'oggetto e all'attività scientifica che lo costruisce. Come la biologia ci permette di conoscere alcuni aspetti del vivente, quelli che l'apparato teorico-tecnico del biologo ritaglia nella realtà del mondo vivente (referente ontologico), incommensurabilmente più vasto della parte ritagliata (conoscenza oggettiva), così la psicologia apre un accesso a ciò che i suoi strumenti ritagliano nella realtà del mondo psichico, anche questo incommensurabilmente più vasto della parte ritagliata. Biologia e psicologia sono semplicemente attività teorico-tecniche, o gli oggetti prodotti da tali attività. Se le procedure di queste produzioni sono corrette, gli oggetti così prodotti sono adeguati al referente, cioè ci danno a conoscere qualche suo aspetto parziale: ma solo la corrispondenza con il referente, stabilita dal confronto ripetuto e controllato con la realtà investigata, permetterà di stabilire tale adeguatezza.

In quanto risultato delle procedure teorico-tecniche prescelte, l'oggetto è sempre un'interpretazione del soggetto; d'altro canto, essendo tali procedure vincolate a un referente ontologico, il risultato sarà sottratto all'arbitrio e descriverà un aspetto della realtà, quello circoscritto dai criteri prescelti, tanto più fedelmente quanto più rigorosa sarà stata l'applicazione del procedimento. Viene così a cadere la distinzione, la cui artificiosità è stata notata da tempo (Holt, 1962), tra ermeneutica e scienza, o tra scienze naturali e umane. In questo senso la psicoanalisi, disciplina interpretativa per eccellenza, è a pieno titolo una scienza, a patto che definisca rigorosamente il proprio apparato teorico e tecnico (Longhin, 1998); e lo stesso vale per ogni forma di psicoterapia.

Abbiamo in tal modo recuperato un possibile valore di oggettività anche per le procedure interpretative, tramite l'aggancio al referente ontologico. Ma questo non ci mette al riparo dalla moltiplicazione illimitata delle prospettive, che conduce alla proliferazione delle scuole e dei linguaggi psicoterapeutici . Ogni paradigma può a buon diritto rivendicare una propria scientificità, pur restando inconfrontabile e incompatibile con gli altri. E' come se ogni approccio illuminasse, grazie alla specificità e originalità dei propri mezzi, un settore particolare della "cosa" (o del campo terapeutico), fornendoci, di quel particolare settore, una conoscenza valida e oggettiva, ma non per questo confrontabile con le altre. Anzi, è proprio la fedeltà al paradigma prescelto che da un lato garantisce il rigore del procedimento e dall'altro isola quel settore da tutti gli altri, delimitati da paradigmi concorrenti.

Se il pluralismo che risulta dalla moltiplicazione delle prospettive può essere salutato come un passo avanti rispetto al monolitismo delle ideologie egemoniche, non può certo essere considerato un esito soddisfacente, e nemmeno accettabile, per la psicoterapia. Arrendersi alla polverizzazione delle scuole e dei metodi, infatti, significherebbe accettare come un dato ultimo e insuperabile l'impossibilità per il soggetto di trascendere la griglia teorica che ordina il suo mondo, sancendo in tal modo non solo l'incomunicabilità tra aderenti a diversi paradigmi, ma anche la definitiva illusorietà di un ascoltoautentico. Tale esito "postmoderno", se può avere un certo corso là dove sono in gioco solo dei valori estetici, è viceversa esiziale in psicoterapia, una disciplina che, come abbiamo osservato sopra, si distingue dalle pratiche indottrinanti o manipolative proprio perché si fonda sulla capacità e volontà di neutralizzare, continuamente e sistematicamente, tutti i preconcetti e pregiudizi personali e di scuola.

Abbiamo visto peraltro che il presupposto fondativo della psicoterapia (la neutralità) è contraddetto dalla critica ermeneutica, che ci ha ricordato che "è impossibile sapere qualcosa senza interpretare". Il recupero del referente ontologico ci ha permesso di restituire un certo valore di oggettività all'interpretazione, ma solo all'interno di un paradigma dato, rimanendo la scelta di questo completamente affidata alle preferenze soggettive (è escluso che si possa stabilire "oggettivamente" la superiorità, poniamo, di un paradigma cognitivo rispetto a uno lacaniano). Se questo fosse il punto d'arrivo della nostra indagine, ci troveremmo di fronte a una divergenza insanabile tra il presupposto di base della psicoterapia autentica e la critica ermeneutica, dal momento che ciò che il primo esige è negato dalla seconda. Dovremmo allora rinunciare all'una o all'altra?

Molti conflitti che appaiono insuperabili per la logica lineare non lo sono più in una prospettiva dialettica. Se riconosciamo il valore di entrambi i principi enunciati, basterà togliere la pretesa di far valere unilateralmente l'uno o l'altro per vedere che la contraddizione mette in campo i due termini di una polarità dialettica. Il primo passo è già stato fatto: la pretesa di una neutralità perfetta, se mai l'avessimo avuta, è stata tolta di mezzo proprio dalla critica ermeneutica. Il secondo deve essere fatto in senso inverso: la critica ermeneutica, che lasciata a sé stessa favorisce la proliferazione anarchica e smisurata delle interpretazioni, deve a sua volta essere moderata dal richiamo della neutralità, nella ricerca di quella misura senza la quale l'operazione terapeutica non è pensabile.

2.        

La dialettica dell'interpretare e del neutralizzare è stata descritta, ma con termini diversi (assimilazione e accomodamento), da Piaget (1959). Nel normale processo di apprendimento il bambino cerca in primo luogo di assimilare i nuovi dati agli schemi cognitivi di cui dispone, cioè li interpreta alla luce dei modelli, miti o teorie preesistenti. L'assimilazione piagetiana corrisponde sostanzialmente all'interpretanza dell'ermeneutica, cioè all'atteggiamento interpretativo costante e strutturale dell'essere umano. Tuttavia il bambino sano non si limita ad assimilare: di fronte alla contraddizione non cerca di forzare la realtà nei suoi schemi, ma li sospende, li neutralizza; accetta di non sapere, di restare nell'incertezza quanto basta per lasciare entrare nel suo orizzonte qualcosa che li contraddice e lo obbliga a modificarli. Qui il bambino non interpreta, ma grazie alla sospensione dell'atteggiamento assimilativo vede qualcosa di nuovo. Invece di far rientrare i dati nei suoi schemi, "accomoda" il suo apparato percettivo alla realtà che ha di fronte. L'accomodamento del bambino corrisponde embrionalmente all'epoché della fenomenologia, in cui la messa tra parentesi di aspettative e preconcezioni consente di accogliere ciò che può manifestarsi grazie a quell'apertura. Ed è proprio grazie a questa neutralizzazione sistematica che i suoi schemi si modificano e arricchiscono.

Lo stesso movimento dialettico si esprime nel circolo ermeneutico. Noi interpretiamo sempre a partire da una precognizione, come ha chiarito Heidegger (1927, §32). Nel rivalutare il pregiudizio come fonte di comprensione, e nel negare la possibilità di un'interpretazione neutrale, Heidegger ha indicato lucidamente le condizioni generali dell'interpretatività. In questa enfasi sul comprendere come interpretare, peraltro, si intuisce il desiderio dell'allievo di affrancarsi dal maestro Husserl, che in modo altrettanto unilaterale aveva insistito sulla neutralità. Più equilibrata, rispetto a entrambi, la posizione di Freud: "heideggeriano" nel prescrivere la mitologia centrata sull'Edipo come base per la produzione di senso nelle storie analitiche, "husserliano" quando suggerisce di procedere "senza intenzione alcuna, lasciandosi sorprendere ad ogni svolta, affrontando ciò che accade via via con mente sgombra e senza preconcetti" (1912, p. 535).

Il circolo ermeneutico può girare nei modi del circolo vizioso o virtuoso. Siamo nel primo quando la teoria o mito da cui partiamo è anche il punto d'arrivo di un movimento in cui le conclusioni confermano regolarmente le premesse: è il modo di ogni ortodossia, e il motivo della ben nota, e in questo senso giusta, esclusione della psicoanalisi dal campo delle scienze da parte di Popper. Siamo nel secondo quando i presupposti impliciti sono prima utilizzati per una precomprensione dei dati, e poi sospesi per una comprensione più piena, che includa ciò che i presupposti di partenza non potevano afferrare. La figura del circolo è appropriata per descrivere un movimento in cui il punto d'arrivo (la comprensione più piena) esercita un effetto sul punto d'inizio, permettendo di modificare e via via arricchire la teoria di base.

Esiste anche una terza e più insidiosa modalità di circolo ermeneutico, che senza essere apertamente viziosa non è nemmeno virtuosa: quella in cui l'assunto di partenza è sospeso e modificato in funzione di aspettative altrui. Quello che manca, qui, è una vera neutralizzazione: i due soggetti non sospendono i propri assunti in nome di una comune ricerca di verità, ma semplicemente vengono a patti, negoziano una versione accettabile per entrambi. Poiché la mediazione non è in nome della verità, ma in quello del compromesso, il processo di cambiamento condurrà a un adattamento reciproco che di per sé non ha valore maturativo, generando in sostanza un falso sé à deux. Nei rapporti di coppia, o tra il leader e i suoi seguaci, e persino tra analista e analizzando, ciascuno tende ad adattarsi al sapere dell'altro, conscio o inconscio (teorie, modelli, fantasie). E' necessario distinguere questo pseudo-adattamento – di fatto, una manipolazione reciproca collusiva – da un vero adattamento alla realtà. Il vero accomodamento non è una negoziazione tra saperi, ma la correzione di uno schema preesistente che segue la sospensione di ogni sapere: quel salto nel vuoto che Bion (1970) ha indicato con la formula "Fede in O", che significa affidamento all'origine inconoscibile di ogni conoscenza.

Cercherò di illustrare la dialettica del circolo ermeneutico con riferimento alle posizioni di Benvenuto e Napolitani. Benvenuto (1999) mantiene una posizione prudentemente intermedia tra coloro che eccedono in senso scientifico o al contrario in senso ermeneutico, cioè dal lato dell'oggetto o da quello del soggetto. Da una parte si punta all'"oggettività di qualcosa di elementare, a una causa primaria che, in quanto causa, non ha significato... Questo amore per il termine 'elementare' è sempre un indicatore di atteggiamento riduzionistico: l'obiettivista fugge dalla complessità (l'olon), e cerca pace o un porto sicuro nell'elementare". Dall'altra parte, "la resa dell'analisi al gioco ermeneutico – cioè a produrre interpretazioni che solo la Storia potrà giudicare – è un segno della sua crisi... Infatti coloro che gettano discredito sulla psicoanalisi pensano che essa abbia a che fare solo con interpretazioni, e mai realmente con qualcosa di reale: pensano che l'analista non sia il testimone di qualcosa (das Ding) che il soggetto scopre, ma solo un manipolatore delle sue credenze".

Nella ricerca di un "reale" che non sia ridotto a un'oggettività elementare priva di significato, né dissolto in una fuga senza fine di interpretazioni di interpretazioni, Benvenuto trova una traccia nell'"affetto di verità" che "è certamente il risultato delle ricostruzioni storico-ermeneutiche dell'analista che rivelano la difesa interpretativa del soggetto: ma, all'orizzonte, questo affetto di verità indica al soggetto – che finalmente si percepisce come altro rispetto a ciò che credeva di essere – la possibilità di interpretarsi diversamente, e di aprirsi a quell'alterità che lo fa sloggiare" dall'identità in cui si era installato. Il reale è dunque definito per contrasto con l'immaginario: è altro rispetto a ciò che il soggetto immagina di essere, è ciò che egli si trova di fronte – ciò con cui deve fare i conti – quando scopre l'autoinganno in cui si era rifugiato o in cui era rimasto intrappolato. L'affetto di verità è il sentimento liberatorio che segnala lo smascheramento dell'inganno, e allo stesso tempo indica la realtà che l'inganno copriva. L'analista spinge il soggetto a rendersi permeabile a un'alterità che Benvenuto esemplifica come "pulsione biologica, trauma, richieste e interpretazioni dall'esterno": un'alterità che ha il carattere di un dato "inevitabile", o evitabile solo al prezzo di una chiusura nella nevrosi.

Tuttavia, secondo Napolitani (1999),  "ogni verità scoperta è un inganno, cioè un'approssimazione fantasiosa a 'come le cose realmente sono'". Se "non c'è realtà oggettiva, non c'è incontro con il mondo che non sia un ibrido, cioè il risultato di una violenza (ubris) da parte delle preconcezioni individuali sui dati percepiti", allora anche ciò che Benvenuto identifica come "reale" (pulsioni, traumi, richieste del mondo esterno) non può che essere il prodotto di quella stessa violenza che sempre cerca di spacciare per realtà le proprie costruzioni. Questo significa che non c'è modo di uscire dalle proprie gabbie, o gusci epistemologici? Un modo c'è, per Napolitani, e consiste nel recuperare "lo sguardo nudo del fanciullo", cioè "un modo di vedere che non presuppone alcuno scopo e quindi sorprende, aperto alla comprensione e non interessato alla spiegazione, non preso dalle forme che stanno dalla nostra parte dell'orizzonte perché vede ciò che è oltre i limiti sensibili. Lo sguardo del mistico, del poeta".

Ma in che rapporto stanno tra loro la violenza interpretativa e lo sguardo nudo?  La violenza appartiene all'inconscio freudiano, inteso come "lo spazio del rimosso, del 'totalmente già noto' che si rende presente, al di là di ogni consapevolezza critica, come una legge a priori, la legge di ciò che è defunto, della coscienza morale". Se l'esperienza è governata dalla legge del defunto, del già noto, le sue categorie saranno confermate in una ripetizione senza fine. Ma se il defunto viene evocato, come nelle antiche cerimonie psicagogiche, per "concludere il tempo della sua morte... il suo erede ha la possibilità di non rimanere confuso con lui, ma di prendere quella distanza riflessiva, critica, estetica in cui può minimamente affermare la sua originalità... L'originalità non implica l'impossibile compito di essere oltre la propria storia, ma un modo singolare di assumere ancora una volta la propria storia (le proprie origini) non per ripeterle, ma per trasformarle". Lo sguardo nudo allora corrisponde alla "capacità  negativa" di Keats e Bion: "la capacità di tollerare il cambiamento basata sullo spostamento del centro esistenziale di gravità verso il futuro e il divenire. La mente che non rifiuta il proprio concepimento ha fede... nella propria capacità di ritrovarsi, accresciuti nella propria continuità, oltre il cambiamento". Questa fede consente il salto nel vuoto, l'abbandono della certezza del già noto (l'inconscio) per affidarsi alla matrice generativa (l'ignoto).

Le posizioni di Benvenuto e Napolitani hanno un punto di partenza comune e approdi diversi. La base di partenza è comune anche a tutti coloro, come Miller (1996) e Laplanche (1997), per i quali "l'interpretazione è soprattutto quella dell'inconscio, nel senso del genitivo soggettivo: è l'inconscio che interpreta" (Miller, 1996, cit. da Benvenuto). L'interpretazione è vista come un'operazione primariamente difensiva, che protegge da qualcosa che di volta in volta è indicato come il vero, il reale, l'ignoto, la cosa in sé. Obiettivo primario della psicoanalisi è dunque smascherare questa operazione, svelare le interpretazioni in cui l'identità del soggetto si è alienata per riportarlo a ciò da cui con quelle interpretazioni si è allontanato. Com'è possibile che da questa base comune si arrivi a conclusioni diverse o divergenti, come nel caso di Benvenuto e Napolitani?

Si può rispondere ancora una volta che l'opposizione è solo apparente, dal momento che Benvenuto e Napolitani hanno messo in luce rispettivamente i due termini di una polarità dialettica, quella che Bion indica con le lettere K e O, l'attuale e il potenziale, il fenomeno e il noumeno. Nel vertice K l'analista pone il soggetto di fronte a quei "dati di realtà" che sono come pietre d'inciampo ineludibili sul suo percorso esistenziale. Dati pesanti, biologici, biografici o ambientali, con cui non è possibile non fare i conti, pena l'arresto del cammino maturativo. C'è un "reale in K" che è fatto di queste concrezioni, cioè delle condizioni materiali, familiari, storiche, sociali dell'esistenza del soggetto. Ma prendere atto di queste condizioni, farsene carico, non equivale a sottomettersi ad esse. L'essere umano, grazie alla sua "neotenica" incompletezza, si distingue da ogni altro animale per la straordinaria capacità di trasformare continuamente le condizioni della sua esistenza, rompendo i gusci materiali o epistemologici che lo imprigionano per rimettersi al mondo in forme sempre nuove e imprevedibili. Nel vertice O l'analista e il suo paziente, "legati da una comune evocazione dei propri 'defunti' (della loro storia, ideologia, senso comune, teorie, conoscenza psicoanalitica)" (Napolitani), dissolvono e ricreano continuamente le forme della loro esistenza.

3.

Dalla "caccia alla verità oggettiva" di Friedman siamo arrivati all'insieme di operazioni che si collocano sulla linea congiungente i due vertici O e K del campo della terapia. Abbiamo esaminato una prima nozione di oggettività: quella per cui se ne può parlare solo all'interno di un paradigma dato, dal momento che l'oggetto è inseparabile dalle procedure teorico-tecniche che lo producono. E poiché la psicoterapia autentica (cioè non manipolativa) ha luogo solo in quanto ogni pretesa di far valere acriticamente i rispettivi paradigmi, personali o di scuola, è sospesa da entrambe le parti – lo spazio del dialogo terapeutico si apre grazie a questa sospensione – il criterio di oggettività, per quanto non estraneo alla verità di cui si tratta in terapia, ha in questo contesto un'applicazione problematica. In primo luogo occorrerà portare alla luce le autointerpretazioni in cui l'identità del soggetto è rimasta intrappolata, favorendo l'incontro con il reale che da quelle interpretazioni era schermato. Si è guidati, in questa parte del percorso, da quello che Benvenuto ha felicemente chiamato "affetto di verità", piuttosto che dalle procedure comunemente impiegate quando si vuole stabilire l'oggettività di una proposizione. Ma una volta che ci troviamo di fronte a quel reale che le interpretazioni alienanti occultavano, la questione della sua oggettività si ripropone in una forma nuova.

E' una questione che non si pone se ci fermiamo alla definizione lacaniana secondo la quale "le réel est l'impossible" (Benvenuto, 1998). Infatti, se il reale cui alla fine si perviene non è altro che l'impossibilità del desiderio (del vero amore, di non morire…) si tratterà solo di riconoscere che l'accettazione di questa impossibilità è il prezzo da pagare per arrestare la fuga nell'interpretanza nevrotizzante. Un compito etico, non un'impresa scientifica. Se poi, al di là di un'accettazione stoica dell'inevitabile, intravediamo la possibilità di un'uscita dalle gabbie interpretative per una reinterpretazione dell'esistenza non più nevrotica, ma creativa e rigenerativa, il campo che ci si apre davanti è quello della mistica e dell'arte di vivere, in cui di oggettivabile c'è naturalmente poco o nulla. Stabilito che la psicoterapia è un'operazione complessa, inseparabile da un impegno etico e filosofico, rimane da capire se e in che senso essa possa rivendicare un'appartenenza anche all'ambito delle "scienze umane".

A questo fine non basterà più che una determinata scuola di psicoanalisi o psicoterapia definisca il proprio apparato teorico-tecnico, autolimitando la propria pretesa di oggettività agli oggetti costruiti da tale apparato. Anche ammettendo che in questo modo ogni scuola descriva un aspetto parziale della cosa o del campo, il ripiegamento autoreferenziale sui propri oggetti (pratiche, riti, linguaggio) osservabile nella maggior parte delle scuole esistenti è sicuramente incompatibile con le esigenze minime del discorso scientifico. Questo richiede, infatti, che ogni assunto teorico sia inteso come ipotesi da verificare o falsificare nel confronto continuo e pubblico con l'esperienza e con ipotesi diverse, e non come elemento di identificazione sulla cui base riconoscere e chiamare a raccolta i seguaci, costruire carriere e comminare espulsioni – come è invece pratica corrente. Questo confronto non è possibile se il campo d'indagine è quello generato dalla teoria da indagare (nel qual caso non si sfugge all'autoreferenzialità), ma solo se il referente reale cui tutte le teorie sono vincolate è neutro rispetto alle teorie stesse, o, come si usa dire, è transteoretico o metateoretico.

Naturalmente in una prospettiva postmoderna, radicalmente costruzionista, l'esistenza stessa di un tale referente è negata. Se tuttavia fosse vero che ognuno è irrimediabilmente chiuso nel proprio paradigma teorico non solo sarebbe impossibile qualsiasi dialogo tra aderenti a paradigmi diversi, ma sarebbe vanificata la stessa psicoterapia, essendo questa per essenza la comunicazione che si apre quando almeno uno dei partecipanti accetta di sospendere l'adesione cieca alle proprie convinzioni, personali o di scuola (al di fuori di questa sospensione, come abbiamo osservato, non esiste terapia, ma solo manipolazione o indottrinamento); e che diviene pienamente operativa quando a tale sospensione si perviene da entrambe le parti.

La psicoterapia autentica si fonda sul dialogo, e il dialogo è quel tipo di comunicazione in cui i presupposti teorici dei dialoganti sono neutralizzati quanto basta per far emergere il logos della relazione. L'affermazione dell'esistenza di un logos (di una logica, di una ratio, di un ordine) nelle cose è certamente una questione di fede, ma è la fede su cui si fonda ogni impresa scientifica, o il residuo metafisico irriducibile di ogni fisica. In particolare, non è possibile pensare alla psicoterapia come a un'operazione scientificamente fondata, se non in quanto si assume che la relazione psicoterapeutica, pur nella varietà virtualmente illimitata delle tecniche e nella singolarità imprevedibile di ogni incontro, è governata da una sua logica interna. In altre parole, non è possibile sottrarre la psicoterapia all'arbitrio delle opzioni teoriche e tecniche se non ancorandola a una struttura propria, cioè a un insieme di invarianti, regolarità, configurazioni ricorrenti che strutturano ogni relazione psicoterapeutica, indipendentemente dall'orientamento del terapeuta e dalle preferenze soggettive di entrambi.

Come è stato osservato analizzando i risultati della ricerca sui risultati della psicoterapia (Lambert, 1992), le tecniche impiegate dal terapeuta rendono conto di una quota non superiore al 15% dei risultati ottenuti, contro il 30% attribuibile ai fattori comuni, non specifici di alcun metodo. Il paradosso del Verdetto di Dodo – "tutti hanno vinto, tutti meritano un premio": la sostanziale equivalenza dei diversi metodi terapeutici – è probabilmente riconducibile allo stesso motivo. La psicoterapia funziona, ma per motivi solo debolmente collegati alle scelte tecniche del terapeuta. Funziona perché ogni terapeuta è indotto dalla logica stessa della relazione a rispondere ai bisogni reali che la relazione mette in gioco, previsti o meno dal metodo in cui è stato formato. Con questo torniamo all'osservazione di Friedman da cui siamo partiti: la terapia, nei suoi tratti essenziali, non si inventa, si scopre.

Ma che cosa si scopre? In primo luogo si scopre che la relazione terapeutica è essa stessa il luogo di una scoperta. C'è una larghissima convergenza tra scuole psicoanalitiche e psicoterapeutiche sul riconoscimento che un passaggio obbligato di ogni terapia consiste nel portare alla luce le interpretazioni che il soggetto ha dato di sé stesso, del suo mondo e della sua storia, e in cui è rimasto in un modo o nell'altro intrappolato, quale che sia la forma assunta da tali interpretazioni: fantasie inconsce, schemi cognitivi o copioni relazionali. Per quanto esse siano anacronistiche e svantaggiose, il soggetto di regola le difende tenacemente e resiste vigorosamente ai tentativi di modificarle. Le difende perché lo proteggono da qualcosa che, a ragione o a torto, teme di affrontare. Si potrà trattare di antiche ferite mai rimarginate, di bisogni mai soddisfatti o conflitti non risolti, come anche di passaggi evolutivi o decisioni esistenziali da affrontare nella vita attuale. La "caccia alla verità oggettiva" – il primo fattore di Friedman – si riferisce chiaramente alla necessità ineludibile, per ogni terapia degna del nome, di smascherare le costruzioni mentali che separano il soggetto dalla realtà che gli appartiene.

Tuttavia la dimensione della scoperta non è interamente riducibile a una "caccia alla verità oggettiva" – cosa che darebbe alla relazione terapeutica un sapore vagamente persecutorio. Non si tratta di scoprire solo il "reale" da cui il soggetto si difende, ma, come abbiamo visto, anche il "potenziale" inespresso a cui fare ricorso per generare nuove forme di esistenza. Un terapeuta che mettesse sistematicamente il suo paziente di fronte al reale da cui fugge, senza sapere attivare nel contempo la fiducia nel potere risanativo e rigenerativo di cui in profondità dispone e la capacità di attingervi per trasformare quel reale da cui si sente oppresso, infilerebbe probabilmente sé stesso e il suo paziente in una strada senza sbocco. La dimensione della scoperta è dunque rappresentabile come un asse congiungente i due poli K e O del reale e del potenziale, o del conosciuto e dell'ignoto, o del fenomeno e del noumeno. Possiamo affermare che questo è l'asse portante di ogni psicoterapia autentica, indipendentemente dalla persuasione del terapeuta.

La terapia peraltro non si identifica unicamente con la scoperta di ciò che è nascosto o latente. E' una coincidenza che può effettivamente verificarsi in certe fasi del lavoro, con pazienti molto motivati con cui si sia stabilita una buona alleanza. Ma che questa non sia la regola ce lo dice ancora Friedman, con il suo secondo fattore terapeutico fondamentale: l'atteggiamento oppositivo, che significa lotta senza quartiere contro la resistenza. La sua necessità deriva dalla ribellione, propria della mente infantile, per tutto ciò che contrasta l'onnipotenza del desiderio. Questa indicazione è del resto già esplicita in Freud (1910, p. 329):

E' un concetto da lungo tempo superato e derivante da apparenze superficiali, quello secondo il quale l'ammalato soffrirebbe per una specie d'insipienza, per cui, se si elimina questa insipienza fornendogli informazioni (sulla connessione causale della sua malattia con la vita da lui trascorsa, sulle esperienze della sua infanzia, e così via) egli dovrebbe guarire. Non è un tale "non sapere" per se stesso il fattore patogeno, ma la radice di questo "non sapere" nelle resistenze interne del malato, le quali in un primo tempo hanno provocato il "non sapere" e ora fanno in modo che esso permanga. Il compito della terapia sta nel combattere queste resistenze.

Se il fattore patogeno principale non è di per sé il "non sapere", ma la resistenza interna al sapere, il compito principale del terapeuta non è in primo luogo la scoperta di ciò che è nascosto, bensì, nelle parole di Freud, il "combattimento contro la resistenza", o, in quelle di Friedman, l'"atteggiamento oppositivo". Questo fattore era forse già implicito nel concetto di "caccia alla verità oggettiva", dal momento che quando si va a caccia si dà per scontato che la preda farà di tutto per non farsi catturare. Tuttavia, finché l'accento è sulla verità, l'obiettivo rimane quello di produrre conoscenza da una posizione il più possibile neutrale, mentre l'accento sulla resistenza comporta un allontanamento dalla neutralità per un coinvolgimento relazionale di tipo deliberatamente oppositivo. In questa posizione, l'analista "nega al paziente qualunque segnale che possa fungere da conferma o da rassicurazione… continua severamente a richiamarne l'attenzione sugli aspetti che vengono proposti con maggiore riluttanza…" (Friedman, 1997, p.  ).

Certamente in molte occasioni il terapeuta non può evitare di assumere un atteggiamento severo e sottrarsi alle richiesta di conferma e rassicurazione. Ma non può fare diversamente? Non ci sono forse altre occasioni in cui l'offerta di rassicurazione e conferma è appropriata? Per rispondere a questa domanda dovremmo tener presente l'avvertimento di Friedman: per decidere che cosa appartiene o non appartiene alla psicoanalisi (o piuttosto alla psicoterapia) non dovremmo basarci sulla teoria – su una teoria qualsiasi. Cioè, non dovremmo rispondere che la rassicurazione è permessa o vietata solo perché la nostra teoria la prevede o non la prevede. Se lo facessimo, il risultato non sarebbe altro che analisi o terapia scolastica (o stereotipata). Non è la teoria di una scuola che dobbiamo interrogare per avere questa risposta, ma la logica interna della relazione psicoanalitica (o psicoterapeutica). E la logica interna ci dice qualcosa la cui evidenza è sempre più innegabile: l'insight non basta (Fonagy, 1999). Perché l'insight non basta? Perché se bastasse, l'analista in primo luogo non avrebbe bisogno di muoversi dalla posizione neutrale dello scienziato, cosa che invece fa tutte le volte che assume un atteggiamento oppositivo – come è costretto a fare per combattere le resistenze interne. Per lo stesso motivo, un genitore tratta severamente un bambino che cerca di sottrarsi a qualche realtà spiacevole. In effetti, l'atteggiamento oppositivo non è altro che la comune modalità genitoriale di mettere il bambino di fronte a ciò che cerca di evitare, e che invece deve affrontare per crescere. D'altra parte, questo confronto non può essere separato dall'atteggiamento opposto di conferma e rassicurazione. La dialettica di queate due modalità relazionali – accettazione verso confronto, modo materno verso modo paterno – è descritta nel modo più sintetico da Marsha Linehan (1993):

La dialettica più fondamentale è la necessità di accettare i pazienti per come sono in un contesto in cui cerchiamo di insegnargli a cambiare… essa richiede modificazioni momento per momento nell'uso dell'accettazione supportiva da un lato, e del confronto e delle strategie di cambiamento dall'altro (p. 19).

4.

Con un paziente pienamente motivato a conoscere e fronteggiare tutto ciò che deve essere conosciuto e fronteggiato non ci sarebbe alcun bisogno di un atteggiamento oppositivo. Ugualmente,  con un paziente sicuro del proprio diritto di esistere e di essere tutto ciò che è non ci sarebbe alcun bisogno di rassicurazioni. Ci possono essere momenti o intere sedute in cui il terapeuta può mantenersi almeno relativamente neutrale, perché il lavoro si svolge prevalentemente o del tutto sull'asse della scoperta. Ma è pressocché impensabile una terapia in cui il terapeuta non debba spostarsi di quando in quando sull'asse della riparazione, che unisce i vertici materno e paterno della terapia. I due fattori di Firedman sono rappresentativi di entrambi gli assi, ma con una netta prevalenza maschile-analitica. Se questa unilateralità è corretta con l'aggiunta del versante femminile-sintetico, si ottengono le due coppie di fattori cardinali (O-K, M-P) e i due assi  ortogonali (della riparazione e della scoperta)  che descrivono il campo della terapia, cioè lo spazio in cui avviene virtualmente ogni interazione terapeutica.

L'ampliamento del modello, con il passaggio da due a quattro fattori, è richiesto dalla dialettica dell'interazione. Un'enfasi eccessiva sul vertice K, non bilanciata dagli interventi spontanei e generativi del vertice O, rischierebbe di dare alla relazione un carattere epistemofilico, tendenzialmente ossessivo, che a sua volta stimolerebbe delle resistenze iatrogene. Se la terapia ha troppo l'aspetto di una caccia, e troppo poco quello di un gioco, non è improbabile che il paziente finisca per sentirsi braccato, specialmente se è già predisposto in questo senso – nel qual caso la predisposizione sarebbe confermata. Similmente, se l'atteggiamento del terapeuta è troppo oppositivo e responsabilizzante, e troppo poco rassicurante e convalidante, sarà favorita la percezione del terapeuta come una persona ostile, con la conseguente conferma di eventuali fantasie persecutorie.

La parte mancante dell'intero è stata esplorata da diverse scuole psicoanalitiche. Per esempio la posizione rassicurante-convalidante (vertice materno) è stata rivalutata dalla scuola della psicologia del sé, mentre la dialettica della spontaneità e del rigore tecnico ha ricevuto particolare attenzione tra gli psicoanalisti relazionali (Hoffman, 1994). Tuttavia lo sviluppo di una terapia compiutamente dialettica è ostacolato da due ordini di difficoltà. In primo luogo, per quanto sia ormai ampiamente riconosciuto che una neutralità perfetta non può esistere, e ogni relazione psicoanalitica è di fatto un'interazione, molti analisti sono tuttora riluttanti ad ammettere un'azione diretta e deliberata, se differente dalle strategie classiche di "caccia alla verità" e di "opposizione". Per esempio, si ammette che la relazione analitica possa ospitare una "base sicura", ma solo in quanto questa è l'effetto automatico del setting e non comporta un'azione rassicurante deliberata da parte dell'analista. Similmente, una certa misura di spontaneità è tollerata, purché sia una risposta involontaria, seppure inevitabile, dell'analista, e non un allontanamento coscientemente deciso dalla posizione neutrale.

Ma come stabilire se il processo terapeutico richiede o meno azioni rassicuranti o spontanee? La nostra decisione è guidata dal processo o dalla teoria? Il secondo e più serio ostacolo alla terapia dialettica è la difesa scolastica che porta a rispondere alla teoria invece che al processo. La differenza sta nel fatto che il terapeuta dialettico ha una o molte teorie, ma non ne dipende: ne fa uso fintanto che sono utili, le lascia da parte quando cessano di esserlo. La terapia reale, come la vita reale, non può essere costretta in una teoria. La teoria è necessaria per un orientamento generale, o come punto di partenza; ma si dovrebbe essere sempre pronti a lasciarsi sorprendere da qualsiasi cosa non rientri in una teoria data, e a modificarla di conseguenza per accogliere il nuovo dato.

Si potrebbe obiettare che il modello a quattro fattori che propongo qui è una teoria come un'altra, più ampia del modello a due fattori che dovrebbe sostituire, più ristretta di quello a sei che prima o poi lo rimpiazzerà. All'obiezione risponderei in primo luogo che il modello a quattro fattori è dialettico, mentre quello a due non lo è. La differenza è importante, perché il modello a quattro fattori non si basa semplicemente su quattro elementi, ma più esattamente su due coppie di elementi. Questo significa che l'unilateralità di ogni fattore è compensata dal suo opposto, col risultato che, per esempio, un paziente non si sente braccato dalla caccia alla verità se ha l'esperienza che la relazione terapeutica è anche il luogo dove la verità si mostra quando non è cacciata, ma accolta.

In secondo luogo, io propongo un modello a quattro vertici perché mi sembra che virtualmente tutte le interazioni terapeutiche avvengono in uno spazio definito da due assi ortogonali che congiungono questi quattro vertici (per una discussione più dettagliata di questo modello, vedi Carere-Comes, 1999). Se tuttavia affermassi che solo il mio modello  a quattro vertici definisce la vera terapia dialettica, creerei una teoria simile a quelle che tipicamente si trovano in molte scuole psicoanalitiche o psicoterapeutiche. Non c'è nulla di sbagliato nelle teorie, fintanto che sono strumenti per la ricerca scientifica. C'è molto di sbagliato, invece, quando diventano mezzi di identificazione o di potere, come accade non di rado nelle scuole psicoanalitiche o psicoterapeutiche (Bernardi, 1989). Pertanto, se qualcuno annunciasse di avere scoperto un terzo asse del campo che lo rende esagonale, un terapeuta realmente dialettico non avrebbe difficoltà a passare da quattro vertici a sei, se i dati portati a sostegno sono convincenti.

La logica della relazione terapeutica non deve essere confusa con il modello a quattro vertici (né con alcun altro modello a n-fattori). Il modello a quattro vertici non è che lo sviluppo dialettico del modello psicoanalitico dominante a due fattori, ben illustrato da Friedman. La logica della relazione terapeutica è una logica dialettica, che differisce dalla logica ordinaria, o dell'identità, in quanto è basata su opposizioni. Per esempio, nel passaggio citato sopra Friedman definisce l'atteggiamento oppositivo (P) per contrasto con l'atteggiamento rassicurante-convalidante (M). Questa definizione è ancora all'interno della logica dell'identità, in cui il contrario è richiamato solo per essere escluso  (P¹non-P). Essa può essere tuttavia vista anche come l'inizio di un ragionamento dialettico, in cui il contrario partecipa in modo essenziale alla definizione della cosa (P=non-M). In una logica dialettica compiuta una cosa è ciò che è solo in connessione con ciò che non è. Ciò equivale a dire che non basta dire che P non è M: si deve aggiungere che P esiste solo grazie a M, cioè un fattore non può esistere senza l'altro, tanto nella famiglia qanto nella terapia. Questa formulazione rende esplicita la reciproca appartenenza che era solo implicita in Friedman. Mentre nell'atteggiamento analitico classico prevale il fattore oppositivo, e nella psicologia del sé è in primo piano quello rassicurante-validante, in un approccio dialettico nessuno dei due prevale, ma si ricerca momento per momento la sintesi migliore richiesta dalla situazione clinica presente. Molte opposizioni che in mancanza di una prospettiva dialettica portano a scismi e alla nascita di scuole rivali possono essere comprese in questa prospettiva come diverse polarità interne a un unico campo terapeutico.

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